I miei libri


Benvenuti!


I miei libri


Il loro colore è il colore semplice e vivace dei fiori di campo,
il loro odore è quello che mi inebria l'anima,
il loro sapore è quello di un cibo sano che non sazia,
il rumore delle loro pagine è quello della mia curiosità,
di tutti quei libri che vorrei leggere, di tante cose che ancora non so.
Mentre leggo mi ascoltano..li ascolto,
mi parlano, sanno le parole che vorrei ascoltare,
ciò che mi piace e ciò che mi fa arrabbiare,
sono gli unici che sanno tutto di me,
e lo sanno perché ti fregano con una parola, una frase, un odore, un luogo.
Conoscono i miei pensieri, i miei desideri, le mie emozioni, le mie paure.
Sono amici fedeli perché non raccontano quello che sanno,
quando tutti vanno via, loro rimangono lì,
mi strizzzano un occhio ..e so già che non sono più sola.

martedì 19 giugno 2012

"I Fisici " di Friedrich Dürrenmatt

Voglio presentarvi un interessante testo teatrale di un autore svizzero "I Fisici" di Friedrich Dürrenmatt
Teatro della vicenda è il salotto del sanatorio privato Les Cerisiers , ed è proprio da questo spazio della villa che non ci allontaneremo mai nella “messa in scena” di questa commedia in due atti.
I fatti: un certo Möbius, fisico nucleare, è in possesso della “formula universale di tutte le invenzioni possibili” e per scongiurare il pericolo che le sue ricerche finiscano nelle mani sbagliate si fa internare fingendosi pazzo, l’unico modo secondo Möbius per salvaguardare l’umanità intera dalla distruzione: ”Ci sono dei rischi che non bisogna correre, mai. E uno di questi è la distruzione dell’umanità. Sappiamo benissimo quel che fa il mondo con le armi che gli son già date al giorno d’oggi, e che cosa combinerebbe con le armi che le mie scoperte rendono possibili possiamo immaginarcelo”. Möbius non è solo in questa “commedia” a recitare un copione, si fingono pazzi insieme a lui Herbert Georg Beutler che dice di essere Newton ed Ernst Heinrich Ernesti che si presenta come Albert Einstein.
La commedia inizia con l’omicidio di un’infermiera nel salotto della casa di cura gestita dalla dottoressa Mathilde von Zahnd con tanto di commissario di polizia, agenti ecc.ecc.
Si conosce già da subito il responsabile di questo delitto: è Einstein, che suona indisturbato il violino nella sua stanza mentre commissario e agenti sono in salotto per i rilevamenti del caso.
Ma qual è il movente?
Il tema centrale affrontato da Dürrenmatt è il ruolo e la responsabilità dello scienziato nella società moderna “Il contenuto della fisica riguarda i fisici, ma i suoi effetti riguardano tutti”. Da che parte devono schierarsi gli scienziati?
È una commedia ricca di colpi di scena dal finale inaspettato, i tre fisici dunque non sono pazzi, recitano, sono dei bravi attori, ma oltre a loro chi è la misteriosa figura che è a conoscenza del loro segreto e della loro identità? Alla fine chi otterrà la “formula delle formule”? E gli omicidi fanno anch’essi parte di un piano prestabilito?
Un’allegoria della nostra condizione nell’era nucleare, dove elementi tragici e grotteschi, magistralmente miscelati, non possono che farci riflettere su un tema così importante per il genere umano.

venerdì 15 giugno 2012

"La figlia del capitano" di Aleksandr Sergeevič Puškin


Sullo sfondo la rivoluzione russa durante il regno di Caterina II. Il protagonista del romanzo è l’alfiere Pëtr Andréevič Grinëv, destinato ancor prima  della nascita alla carriera militare : “Mia madre era ancora incinta di me, che io ero immatricolato nel reggimento [..]. Se contro ogni aspettativa mia madre avesse generato una figlia, il babbo avrebbe comunicato là dove bisognava la notizia della morte del sergente mai presentatosi”. Il giovane Pëtr viene assegnato alla fortezza di Belogorskaja  dove presterà il suo servizio  militare. Su insistenza del padre intraprende il faticoso viaggio verso la guarnigione  insieme al  suo fidato  precettore Savél'ič. Durante la notte   i due vengono sorpresi da una violenta bufera  e grazie all’aiuto  di un  barbuto contadino  - che in seguito si rivelerà essere il capo dei ribelli  Pugačëv, -  riescono a mettersi in salvo e a ritrovare la strada verso la fortezza.. Pëtr Andréevič Grinëv viene accolto dal capitano Mironov, entra far parte della sua famiglia e  s’innamora della  giovane figlia Maša. È un amore corrisposto quello tra Pëtr e Maša anche se contrastato dal giovane Švabrin, amico-nemico di Pëtr. Intanto l’avanzata dei rivoltosi è sempre più pressante, Pugačëv  dissemina morte, uccide il capitano Mironov  e sua moglie, risparmiando  solo il giovane Grinëv. Accusato di tradimento  l’ufficiale Grinëv viene arrestato, ma l’intervento di Maša  cambierà la sorte degli eventi   con la naturalezza  e l’ingenuità che si riscontrano in una bella fiaba a lieto fine. 
È un romanzo semplice  ma a tratti complesso, non è un romanzo storico nel senso comune di questo termine, dobbiamo tenere ben presente la grande raccolta di notizie e  le fonti storiche documentate, soprattutto quelle riferite alla storia  di Pugačëv, forse è l’intreccio di più generi letterari che si mescolano in atmosfere  cangianti,  tra sogno  e realtà.
I temi: la rivolta dei cosacchi, la figura di Pugačëv,l’amore che s’insinua nelle vicende storiche con tutte le caratteristiche di una fiaba, lo stile un po’ appesantito dall’uso di idiomi  russi, buona a mio avviso  la descrizione dei  freddi  e malinconici paesaggi, della steppa.
La figlia del capitano, pubblicato nel 1836 è un breve classico  di Puškin, considerato il fondatore della lingua letteraria russa –  Questo ciò che scrisse Dostoevskij: “Romanzo a tal punto ingenuo e non artificioso; come se in questo miracolo l’arte fosse sparita, persa, giunta fino alla naturalezza” .

giovedì 7 giugno 2012

“La recita di Bolzano “ di Sándor Márai

È il personaggio di Giacomo Casanova, magistralmente plasmato e anche imbruttito, a dare a Márai gli strumenti per entrare nel mare burrascoso dell’animo umano ed indagarne le diverse condizioni. Un Casanova strambo, goffo, quasi grottesco che dopo la fuga dal carcere dei Piombi di Venezia fa tappa a Bolzano per alcuni giorni, la stessa città in cui vive Francesca, il suo (forse) unico amore , ora moglie del Conte di Parma. Ma chi è l’ospite che una sera viene a fargli visita alla Locanda del Cerco dove lui alloggia? Chi ha già letto qualcos’altro di Márai conoscerà anche la potenza dei suoi straordinari monologhi, la sua bravura nello stabilire con il lettore quella tensione narrativa che ci induce ad andare avanti nella lettura, con la curiosità e la fretta di scoprire un qualcosa, un qualcosa che muta, qualcosa che cambia in continuazione, come le situazioni a cui assiste il lettore. Le parole di Márai così incisive e appuntite, anche se a tratti ripetitive, sanno dove andare a colpire, e in quest’opera ci tengono incollati alla poltrona di un teatro per assistere alla rappresentazione dell’Uomo, del sé, dietro la sua maschera. I personaggi , apparentemente “tranquilli” irrompono sulla scena, e piano piano l’autore comincia a scavare fino a toccare i meandri più oscuri e segreti dell’animo, personaggi sempre in “movimento” alla ricerca di un qualcosa mai pienamente definito. Da una parte l’egoismo più cieco, dall’altra l’amore fino all’annullamento del proprio sé, la solitudine, il tema del passato, il ritorno. Aleggia sempre nei testi di Márai un qualcosa di incompiuto, di sospeso, portato in alcuni passi del libro quasi ad una resa dei conti, ma che alla fine non riesce mai a compiersi, come la chiusa dei suoi libri che rimane sempre aperta in attesa di un qualcos’altro. Mi sono chiesta il perché di tutto questo, il significato, e alla fine l’ho (quasi) trovato mutuandolo da una frase di questo libro: Forse “perché se si aspetta qualcosa vuol dire che si è vivi”.

venerdì 1 giugno 2012

Stoner di Jhon Williams

Chi è Stoner? William Stoner è un ragazzo di campagna che nel 1910 si iscrive all’Università del Missouri e diventa professore, dedicando all’insegnamento una vita intera. Una storia come tante, ma in questo libro quella che al primo impatto sembrerebbe una storia ordinaria assume i contorni di qualcosa di straordinario, quell’atto di straordinarietà che difficilmente si intravede nello scorrere naturale e routinario della vita quotidiana. Della trama non vi dirò quasi nulla, o forse ho già detto troppo; per la semplicità potrebbe non incuriosirvi, e se è pur vero che la trama di questo libro è semplice, i fili dell’ordito sono molto intricati, attorcigliano piano piano il tessuto narrativo che insieme concorrono a formare, rendendolo complesso e difficile da dipanare. Stoner è il libro di tutta una vita, la vita di un uomo virtuoso, sì forse incapace di grandi slanci, ma un uomo che crede fermamente che essere se stesso sia molto più importante della facciata, delle apparenze. Potrei dirvi che è un libro dalla sensibilità toccante, una storia di solitudine, un’opera delicata e pura dove dolore, malinconia e tragedia umana si mescolano; e potrei ancora dirvi che questo testo è un intreccio di riflessioni sul tema dell’educazione, l’istruzione universitaria, l’incomunicabilità di una coppia, o quella tra genitori e figli, il faccia a faccia con il mal di vivere. Tutta questa materia sullo sfondo di un’America fra le due guerre. Quante cose si potrebbero dire? ma forse anche questo è poco, perché fra queste pagine, fra l’inchiostro di questi caratteri c’è molto di più. Ho visto Stoner seduto con la testa china sui suoi adorati libri, e ne ho compreso ogni suo pensiero. L’ho osservato camminare sempre più curvo e stanco tra i corridoi dell’università, ero lì accanto a lui quando guardava fuori il giardino illuminato dal sole con i suoi occhi grigi e infossati, e avrei voluto quasi consolarlo, e gli ho voluto bene! Non ho condivo la sua inerzia, la sua rassegnazione davanti all’isteria della moglie Edith, o quando si trattava della sua felicità o quella della figlia Grace, perché lui era uno che si accontentava di una felicità “ di tanto in tanto”. Ma come si fa a non avere simpatia per uno come lui, così come è impossibile non avere antipatia per Edith o per Lomax,suo collega. Come si fa a non chiamarlo amico? forse perché a tanti di noi William Stoner ricorderà un vecchio professore un po’ burbero ma leale, o forse più semplicemente lo sentiamo familiare perché in fondo anche pensandoci lontani ed estranei alla sua vita, un po’di Stoner abita da qualche parte in ognuno di noi. Stoner si è guadagnato il posto fra i libri più importanti finora letti, e nonostante l’ordinarietà della storia, ritengo sia un autentico capolavoro, un classico, che in punta di piedi e con grazia si sporge fino a toccare la parte più intima del nostro animo, lasciando una traccia indelebile.

giovedì 27 ottobre 2011

"Perturbamento" di Thomas Bernhard



Ho comprato questo libro attratta dal titolo, ma non avrei mai pensato di trovarmi a naufragare in un fiume di riflessioni incanalate e amalgamate in un’illuminante e potente scrittura.
L’inizio è semplice: un medico della Stiria (Austria), in una giornata di settembre porta con sé il proprio figlio in quello che è il suo abituale giro di visite ai pazienti. È da qui che inizia il nostro viaggio: i pazzi, i malati che il medico raggiunge nelle loro case, sono in realtà persone comuni che conducono una normalissima vita nella apparente tranquillità della campagna austriaca. Ma la natura è sinistra in questo testo, come una radiazione maligna emana malattia, morte, distruzione. Si parte dalla visita della moglie dell’oste, picchiata a morte dai suoi stessi clienti, al bambino caduto nel mastello dei maiali pieno di acqua bollente, fino al giovane artista storpio, che in preda alla pazzia riempie di scarabocchi i ritratti di famosi musicisti classici. E ancora, il maestro ingiustamente accusato di un reato condotto alla follia, la vista di un ammasso di uccelli strangolati perché qualcuno non sopporta i loro lamenti, e molte altre inquietanti situazioni. Il libro non ha una trama vera e propria, è un libro complesso, ma di facile lettura, non si torna indietro, non ci si sofferma sulle descrizioni, sulle evidenti contraddizioni, ci ho provato, ma il risultato non cambia, non fai in tempo ad afferrare un concetto che un altro ti travolge come un’onda.
Ad un certo punto nel testo si annulla qualsiasi elemento narrativo per dar spazio ad un lunghissimo monologo da parte del principe Sarau che vive nel castello di Hochgobernitz.
Un soliloquio di più di cento pagine, al quale padre e figlio assistono quasi ipnotizzati: “Per mio padre non era possibile andarsene. Anche a me però interessava moltissimo quello che il principe diceva”. E con la stessa attenzione e lo stesso rapimento rimaniamo anche noi, immobili, lì sulla pagina ad ascoltare il principe Sarau.
Sono tante le riflessioni che sono poi il motore del meccanismo ideato da Bernard, non solo il tema della morte, della solitudine, ma il rapporto arte/malattia, quello tra padre/figlio, l’eredità del passato, mediata dal patrimonio del principe, e la paura di un radicale cambiamento a opera del proprio figlio. Tutti i temi trattati in questo capolavoro sono finemente intervallati da considerazioni che spaziano dalla storia, alla filosofia, alla politica. Interesserà moltissimo anche noi quello che dice il principe “Se ascolti attentamente, sentirai che in ritmi pensati apposta per te, è sempre la tua storia che ti viene raccontata e che ti danno ad intendere”. Leggetelo, ne uscirete per(turbati) :-)

mercoledì 28 settembre 2011

"Doppio sogno" di Arthur Schnitzler



Ambientato nella Vienna d’inizio Novecento, “Doppio sogno” si permea di un alone di mistero in un altalenarsi di vicende tra l’onirico e il reale.
Fridolin, medico brillante, conduce una vita apparentemente tranquilla insieme alla moglie Albertine, fino a quando i due non cominciano a raccontarsi fantasie, sogni, desideri, mezze verità.
La storia si snoda in un lasso di tempo brevissimo, desiderio di trasgressione, tradimenti che non si verificano, una festa in maschera rimane l’episodio più importante di questo viaggio costellato da figure che perdono consistenza, in un susseguirsi di eventi al confine tra sogno e realtà.
Un universo affascinante, quanto pericoloso, da cui Fridolin viene irrimediabilmente attratto.
Per le strade di Vienna strani incontri notturni, creature che gli si offrono: prostitute, la figlia di un paziente defunto, la ragazza-bambina, e da queste si lascia trasportare verso un abisso sempre più ignoto, ma che alla fine non riesce mai a concretizzare in un tradimento, troppo presente il pensiero e l’immagine di Albertine nella sua mente, o forse è proprio lei che cerca in altre donne.
Sullo sfondo l’inizio di una crisi coniugale, che se da una parte li spinge verso emozioni forti, dall’altra li riconduce verso la tranquilla vita di una perfetta coppia borghese.
È impressionante come Schnitzler riesce a descrivere i pensieri più intimi dei personaggi, è un continuo scavare nei meandri dell’Io, evidenziandone le contraddizioni, i problemi, il non detto, la ricerca della verità in un rapporto di coppia.
Molti i rimandi freudiani (Schnitzler contemporaneo di Freud).
Definirei geniale la capacità dell’autore di investigare l’animo umano, mescolando magistralmente elementi apparentemente non complessi servendosi di uno stile letterario molto alto.
È una sensazione strana quella che rimane addosso quando si arriva alla fine del libro, i dubbi ti assalgono, viene da chiedersi : “Ma quel ballo in maschera era un sogno o realtà? E i racconti di Albertine?
Una frase del finale che mi ha affascinato particolarmente: «E nessun sogno» disse egli con un leggero sospiro «è interamente un sogno».
Il libro ha ispirato il film Eyes Wide Schut con Tom Cruise e Nicole Kidman, regia di Stanley Kubrick..molto bello anche il film anche se non completamente fedele al testo!:-)

giovedì 23 giugno 2011

"Neve" Maxence Fermine



È quella di una fiaba l’atmosfera che si respira leggendo questo libricino, al centro Yuko Akita, che contro le tradizioni della propria famiglia sceglie di diventare poeta , una poesia fatta di pochi versi, poche sillabe: gli haiku.
La neve simbolo di purezza, la poesia stessa che s’incarna in questa immagine fresca, limpida , pulita, come appunto lo è la neve, ma per essere perfetta la poesia di Yuko ha bisogno anche dei colori, di essere “sporcata”, Yuko deve imparare a colorare i suoi versi. Per imparare tutto questo, il nostro giovane poeta partirà verso il sud del Giappone alla ricerca di Soseki, un anziano maestro conoscitore dell’arte assoluta. Durante il viaggio, l’apparizione di una giovane donna nuda, imprigionata sotto il ghiaccio, cambierà per sempre la sua vita.
Cosa manca a Yuko per essere un vero poeta? Per far sì che la sua poesia sia completa? egli deve diventare funambolo, sì funambolo della parola.
Magia, sogno, semplicità, trasparenza, si rincorrono in una delicata danza di parole, e ci fanno compagnia in questa fiaba senza tempo.. un fiocco di neve delicato oserei dire. Un viaggio di musica e poesia.. grazie Anna Lisa..per avermi regalato queste immagini:-)

mercoledì 22 giugno 2011

"La contessa di ricotta" di Milena Agus



Una narrazione semplice quella che ci propone Milena Agus, uno spaccato di realtà quotidiane, oggetti, persone, luoghi, ad un certo punto prendono vita in questo piccolo libro, il tutto sapientemente rimescolato e raccontato dall’autrice con una scrittura ironica, fresca, pulita.
La storia di tre sorelle: Maddalena, Noemi e l’ultima chiamata appunto la “contessa di ricotta” per via del suo carattere, perché “Tenis is manus de arrescottu – ha le mani e il cuore di ricotta, sogna l’amore”, la realtà turba il suo animo sensibile e il suo cuore, anch’esso di ricotta.
Entriamo nel loro mondo, nelle loro vite, che si dipanano negli appartamenti di un nobiliare palazzo seicentesco nel centro di Cagliari, un po’ fatiscente . Percorriamo i vicoli, ne percepiamo gli odori, i rumori, tutta l’anima di un quartiere dove i vicini sanno sempre ciò che succede, dove le vicende umane si dispiegano in un andirivieni, in realtà non sappiamo molto dei personaggi e delle loro storie. Un conciso tessuto narrativo che non dà vita ad un vero e proprio romanzo, ma pur nella sua brevità ne cogliamo ugualmente la completezza, quel tanto che serve per delinearci chiaramente i tratti salienti dei personaggi e delle loro vicende. Si legge davvero tutto d’un fiato: insuccessi, gioie, delusioni, complicità, ma anche una celata riflessione sull’amore.

martedì 10 maggio 2011

"Le notti bianche" F. Dostoevskij



Protagonista delle notti bianche è un sognatore, una singolare figura avvolta dalla “tangibile" evanescenza che pervade tutto il romanzo. Si nutre di fantasie, suggestioni, che se da un lato lo “proteggono" dalle sofferenze del mondo, dall’altro gli impediscono quel contatto vero con la vita di tutti i giorni.
Il sognatore vive dei propri ricordi: “Sapete che in alcune date fisse visito quei posti che in passato mi hanno reso felice, che amo costruire il mio presente sulla base di un passato irrevocabile, che spesso vago come un’ombra senza scopo e senza meta, triste, per le tortuose vie di Pietroburgo?”
L’incontro con la dolce Nasten’ka gli farà assaporare, anche se per poche ore, la pienezza della vita, Nasten’ka sarà il tramite, il canale di comunicazione con la realtà “esterna”, un anelato incontro che, in fondo al cuore, ha sempre sperato potesse vivere: ”In fondo tutti i giovani sono come te. Vivono di sogni, illusioni, fantasticherie, vivono nella segreta speranza che un incontro possa cambiare la loro vita”.
Tra i due nasce una tenera complicità, si confidano le loro paure, si scambiano dolci promesse, Nasten’ka parla volentieri delle sue pene d’amore, abbandonata dal proprio amato, ma che lei continua ad aspettare.
Il nostro sognatore s' innamora..
Accade qualcosa, l’illusione manca, la luce svanisce:”Cadeva la pioggia, batteva malinconica sui vetri della mia finestra. La mia piccola stanza era avvolta dall’oscurità, e anche fuori era buio”, ed ecco che la realtà appare in tutta la sua crudeltà, ma il sognatore, grazie alla sua natura generosa, non può che considera re una grande fortuna quei momenti felici, quei pochi istanti luminosi regalati al suo cuore durante le notti bianche..e che ricorderà come i momenti più veri della sua esistenza.

domenica 27 marzo 2011

"E disse" di Erri De Luca


Dall’estro e dall’innata eleganza della sua penna nasce “E disse”
Un canto, un inno..
De Luca ci presenta Mosè , l’uomo e il prescelto, definito come “Il primo alpinista”:
”Il vento gli arruffava i capelli e sgomberava i pensieri. Con l’ultimo passo di salita toccava l’estremità dove la terra smette e inizia il cielo[..]Era di quelli che afferrano una frase dove gli altri intendono un chiasso”.

La storia, le peripezie, gli affanni di un popolo e di un uomo, investito dal difficile compito di condurlo in una nuova terra, ma anche un uomo fra gli uomini: “L’annuncio di una residenza nuova, predicato dal loro profeta, aveva questa formula d’invito:Terra che ha mestruo di latte e di miele. Era promessa di abbondanza legata al verbo della fertilità femminile, del loro ciclo”.

Quello che mi colpisce di questo autore è la sua grazia, la straordinaria capacità di evocare suoni, luoghi..il dono di condensare un concetto, anche in una sola parola che unita ad un’altra si ammanta di un significato profondo che arriva dolce e prepotente, ti sorprende, e ti spiazza!
L’oppressione di un popolo, temi tremendamente attuali.
Senti le grida di libertà, di speranza, di riscatto..e tutto ciò scorre in questo libro con l’impeto dell’acqua, come fuoco e grandine..promessa di latte e miele..nelle vene di un popolo.

domenica 20 marzo 2011

"La cura" di Hermann Hesse


Vi propongo un viaggio a Baden, insieme ad Hermann Hesse:-)

Due settimane in una stazione termale dove un non più giovane Hesse si reca per problemi reumatici, le cosiddette “malattie del ricambio” è cosi che le chiama.
Solo un filosofo acuto, preciso come Hesse, poteva prendere a pretesto dei problemi fisici per indagare con “occhio cosmico” non solo il suo sé, ma tutto ciò che lo circonda.
Hesse che parla di Hesse, Hesse che indaga e scruta Hesse.
Vi sorprenderà la sua ironica serietà, la sua attenta analisi, la sua onestà, la sue maliziose verità, le sue inquietudini, il suo “odio” nei confronti dell’Olandese, suo vicino di stanza, che non lo lascia concentrare sui suoi fogli, sui suoi libri, non lo lascia solo..nell’intimità dei suoi pensieri.
E vi sorprenderà ancora di più la delusione e il dolore dello scrittore Hesse, quando l’olandese l’indomani lascerà l’albergo di Baden, proprio nel momento in cui lui comincia ad amarlo:
“ Amare qualcosa per un poeta, significa accoglierla nella propria fantasia, riscaldarvela e coccolarvela, giocarci insieme, compenetrarla della propria anima, vivificarla col proprio alito. Così feci con il mio nemico, finché egli mi appartenne e fu dentro di me [..] l’olandese partì e ridiventò il mio vincitore, lasciandomi stranamente deluso, perché ormai non sapevo più quale uso fare del mio amore e della mia inattaccabilità, conquistati a così caro prezzo”.
Hesse ormai ci ha abituati ai suoi interrogativi, ai suoi viaggi, al suo scandagliare l’animo umano, la messa a fuoco sull’uomo.
“La cura” che diventa scoramento, introspezione, miglioramento, sguardo retrospettivo, rinascita.
La riflessione finale:
Siamo materia e spirito, l’uno e il molteplice, due poli che si completano, sogno e realtà, non si può essere una cosa sola, dobbiamo nutrire sia la carne che lo spirito, la dicotomia dell’essere umano in due entità non necessariamente in antitesi ma complementari, oserei dire ciò che tieni in equilibrio l’acrobata sul “filo” della vita.
E ci parla ancora Hesse:
“Vorrei trovare un’espressione per la duplicità del mondo, vorrei scrivere capitoli e frasi in cui melodia e antimelodia apparissero contemporaneamente, in cui al molteplice si affiancasse sempre l’unitario, al faceto il serio. Per me, infatti, la vita consiste nel fluttuare tra due poli, nell’andare e venire tra i due pilastri -base del mondo”.
“La cura”: un vivido serbatoio della sua saggezza..per gli amanti di Hesse:-)
Buona lettura:-)

giovedì 10 marzo 2011

"L'abbraccio" di David Grossman


Non ho resistito a questo piccolo grande libro..è di una dolcezza infinita..
l'abbraccio.. momento tangibile per "esperire" l'altro, l'altro da sé..per sentirsi parte di un mondo..per non sentirsi soli.."proprio per questo hanno inventato l'abbraccio":-)

mercoledì 9 febbraio 2011

"Marianna Sirca" Grazia Deledda






Sullo sfondo della Serra nuorese, di una foresta ridente e foglie lacrimanti..tra il vento e la voce della tanca, animata dai canti degli usignoli, si dipana la tormentata storia d’amore tra la possidente Marianna Sirca e il bandito Simone Sole.
Troppi diversi, troppo distanti i loro mondi, la padrona e il servo, anche se entrambi servi, entrambi prigionieri.
La determinazione di Marianna,la volontà di dichiararsi finalmente libera,padrona della propria vita, delle sue scelte, anche nell’abisso della sua solitudine.
E poi l’amore forte per Simone che non torna, ma lei “Lo sapeva, che sarebbe tornato, e si accorgeva che era rimasta lì sulla soglia ad aspettarlo”, forse per sempre.
Nel buio della sua stanza chiudeva forte gli occhi Marianna, per non piangere, ricordando le parole di Simone: ”Una donna che ama un uomo come me non deve piangere[..] e le pareva di avere un legaccio ai polsi, una catena ai piedi.[..]Questo era dunque l’amore: affanno nascosto nel più profondo del cuore”, dolce e doloroso, quell’amore che Marianna non aveva mai provato.
La Deledda fa uso di un linguaggio vero, ci offre la pittura di un quadro vivo, che pulsa, di un grande affresco, e nello scavare nelle paure e nei pensieri più intimi dei protagonisti, e nella descrizione dei luoghi, dei paesaggi, una tavolozza e un innesto di colori che conferiscono al romanzo quel giusto tocco poetico.
La malinconia, forse la visione pessimistica di un destino al quale non si può sfuggire.

domenica 23 gennaio 2011

"Montedidio" Erri De Luca


Un romanzo che spiazza, profondo, acuto, essenziale..sarò breve, ho paura di sciuparne l’incanto.

La storia ci viene raccontata dal protagonista, un ragazzino tredicenne cresciuto troppo in fretta, e in fretta conosce il lavoro, il dolore, l’ammore quello con due “emme”.
Lavora da Mast’Errico, un falegname che ospita nella propria bottega anche un calzolaio ebreo dai capelli rossi e gli occhi verdi, più verdi delle pietruzze di zolfo che si trovano alla solfatara di Pozzuoli, “ Di più, [..], tengono la luce delle lacrime, lo zolfo no”. Lo chiamano Don Rafaniello, personaggio singolare con il quale il ragazzo avrà un rapporto speciale.
Il tutto raccontato con la semplicità e l’innocenza degli occhi di un adolescente, sotto la giacca porta un “Bumeràn”, un pezzo di legno che gli dà calore, è vivo, ne sente le vibrazioni, i battiti, rappresenta la speranza, la forza dei suoi muscoli in crescita, la spinta ad andare avanti.
Si allena tutti i giorni per lanciarlo forte, dal punto più alto di Montedidio , un quartiere di Napoli, il posto migliore per lanciarlo è dove si stende il bucato, su ai lavotoi, è quello il punto più alto di Montedidio, dove l’aria è fresca e sa di scaglie di sapone.
Il linguaggio è scorrevole, poetico, delicato e potente, si insinua nei rivoli più profondi, e diventa un fiume in piena, non puoi fermarlo, a tratti ti porta il freddo, un freddo pungente, a tratti una dolcezza infinita, una felicità povera e un tepore che vorresti non ti abbandonasse.
Sì, io la chiamo una felicità “povera”, vera, la sola che vuoi, quella che all’improvviso ti viene a mancare per l’assenza della persona più dolce della casa.
La casa è vuota, la cucina è zitta e ..”macino un po’ di caffè per babbo, per fare un mio rumore”, per coprire un silenzio che è un dolore, che neanche i botti di fine anno, gli schiamazzi dei bambini, e il chiasso di un dialetto passionale come il napoletano, riescono a mettere in fuga.
Su qualche frase ti fermi, pensi un po’..poi ricominci..la musica ti rapisce..ti riprendi la magia!
Fatevi questo regalo!
Buona lettura!

giovedì 9 dicembre 2010

Qualche riflessione..



Sulla nostra lingua..

Questa mia breve riflessione nasce dalla lettura di qualche anno fa di questo saggio molto interessante dal titolo: “Italiano antico e nuovo” del noto linguista Gian Luigi Beccaria, in cui vengono trattate tematiche inerenti l’evoluzione della lingua italiana, che ritengo molto attuali e sulle quali a mio avviso vale la pena riflettere.
È da tanti anni che sentiamo parlare del timore, ormai diffuso, soprattutto da parte di insegnanti e linguisti, che il parlato stia prendendo il sopravvento sullo scritto.
Sono i media, nella maggior parte dei casi, che vengono imputati come i maggiori responsabili di questo cambiamento, in una società odierna sempre più in fermento e di “corsa”.
I più preoccupati sono gli insegnanti, anche se l’allarme arriva da vari fronti, che registrano, nelle prove scritte degli studenti, un linguaggio "colloquiale" che si avvicina molto al parlato.
Nell’introduzione a questo saggio davvero interessante il Prof. Beccaria scrive:
”L’evoluzione della lingua può essere messa in rapporto con quella della società. Non si possono analizzare costumi, gruppi sociali, relazioni reciproche senza una storia della lingua. Molti sociologi hanno domandato e domandano spesso qualcosa ai linguisti, perché la linguistica studia per lo più atti situati”( Italiano antico e nuovo, pag.10).
Apro una breve parentesi: in questo accenno che il Prof. Beccaria fa alla sociologia, come disciplina che si è rivolta più volte alla linguistica, non può non venirmi in mente il padre dell’etnometodologia, Harold Garfinkel, che a proposito del “particolare” studio del linguaggio, nell’ambito della sua ’”Analisi della conversazione”, usa proprio il termine “Indicalità”.
Garfinkel eredita proprio dalla tradizione linguistica questo termine, in linguistica infatti, quando si parla di indicali o deittici ci si riferisce a tutti quegli elementi connessi in modo indissolubile al momento e alla situazione enunciativa, sia in ordine di spazio che di tempo, naturalmente questa caratteristica viene poi estesa dagli etnometodologi a tutto l’agire sociale. Indicalità come caratteristica legata in modo indissolubile al contesto, tutto ciò che diciamo, sosteneva Garfinkel, ogni nostra affermazione, assume un significato che è “situato”, e che è dipendente dal contesto in cui viene espresso.
Ritornando alla nostra lingua , il suo cambiamento dunque riflette sicuramente i cambiamenti sociali, la sua vitalità è intimamente connessa ai cambiamenti e all’evoluzione dei contesti sociali.
Fermiamoci un po’ e pensiamo a come l’uso di pronomi come “egli”, “ella”, nel parlato, sia ormai tramontato, avendo ceduto il passo a pronomi come “lui”, “lei”, e ancora verbi come i congiuntivi sepolti da un indicativo sempre più “onnipresente”.
È un allarme giustificato?
Secondo il versante dei linguisti tra i quali il noto Prof. Beccaria, l’allarme non è così motivato:[ “Quanto alla mia posizione, dico subito che non sono con gli allarmisti, lodatori del buon tempo antico, dell’italiano “bello e appropriato”, e tantomeno sto coi populisti ai quali pare che la lingua italiana navighi oggi in acque favorevoli e a vele spiegate” pag. 12],optando invece per un connubio di norma e libertà, certamente l’oralità richiede meno norme, si può “tornare indietro”, ed è proprio l’assenza di norme, rispetto allo scritto, questa “anomia” a darci l’impressione che l’italiano non sia più una lingua ordinata, ma per usare una sua espressione «un guazzabuglio di usi».
Una delle cause va ricercata nel fatto che le nuove generazioni, immersi sempre più nelle nuove tecnologie, non hanno sperimentato un passaggio graduale da una cultura “scritta” ad una “parlata”, un esempio per tutti può essere rappresentato dalla lettera soppiantata dal telefonino.
La lingua non è un elemento statico, si accompagna ai cambiamenti sociali, è in continuo divenire, ed è proprio questa dinamicità, questo movimento, che conferisce ad essa vitalità e vivacità.
E ancora a questo proposito, mi viene in mente la distinzione del fondatore della linguistica moderna, lo strutturalista Ferdinand de Saussurre, che dovendo esprimere i cambiamenti della lingua si pronunciava così: definiva “langue” quella parte della lingua con tutti i suoi costrutti, il suo sistema di segni, la sua sintassi, le sue regole, e con “parole” l’atto linguistico, che è “individuale”, e “irripetibile”, il modo cioè in cui ognuno di noi costruisce il proprio italiano in base alla situazione comunicativa.
Io non posso che condividere il dispiacere e l’amarezza del Prof. Beccaria per la scomparsa dei congiuntivi, e che il compito della scuola, per quanto riguarda l’insegnamento della lingua, dovrebbe consistere in una giusta dose di regole e libertà nella norma, nel senso che la scuola dovrebbe promuovere l’insegnamento di una lingua che abbia coerenza, coesione in ciò che viene espresso e chiarezza, lasciando alla lingua quella giusta libertà, all’interno però di quelle norme che sono alla base, e necessarie, per un italiano sintatticamente corretto.
Ve ne consiglio la lettura, è un piccolo gioiello diviso in dieci capitoli che ci aiuta a riflettere sulla meravigliosa lingua italiana, ad “orientarci”, e accende la curiosità sulla nostra parola e su quella degli altri. Era questo l’intento del Prof. Beccaria, ci è riuscito benissimo in questo saggio piacevole da leggere, nonostante il tema complesso che affronta, e che in alcuni tratti troverete anche molto divertente.

domenica 21 novembre 2010

"Ritratto in seppia" Isabel Allende




In questo romanzo ripercorriamo la vita avventurosa di Aurora del Valle, attraverso la sua famiglia e tutto ciò che è successo prima ancora che lei nascesse.La nonna paterna,Paulina del Valle, una donna dalla forte personalità, avrà una grande influenza sulla sua educazione, e sarà proprio lei ad aprirle la strada verso il mondo della fotografia. Alla morte di Paulina compare Eliza, la nonna materna, che racconta ad Aurora di essersi occupata di lei nei primi anni della sua infanzia, insieme al nonno Tao.Grazie alla passione per la fotografia, Aurora riuscirà a far emergere tutto ciò che delle sue origini le era stato taciuto, riuscendo a ricostruire la propria identità, e tutti i pezzi del suo passato.Una trama molto ricca, costellata di personaggi, tormentate storie d'amore, guerre civili.Una straordinaria saga familiare a cui Isabel Allende ci ha ormai abituati.

martedì 16 novembre 2010

"Accabadora" di Michela Murgia




Questo libro mi ha sorpreso, per il ritmo, per l’alone di mistero, per i contenuti e i significati che esso veicola.
Sin dalle prime pagine sono stata rapita da un linguaggio che conferisce un’aura poetica a tutta l’opera.
Un tema difficilissimo e delicato da affrontare e di cui si parla molto poco.
Michela Murgia ci immerge in un universo simbolico che evoca strane figure, una realtà intrisa di storie, credenze popolari, nenie, che rimandano al passato, riti cerimoniali che stabilivano l’appartenza ad una comunità, ad un sapere tacito e condiviso.
Le due protagoniste: Maria, l’ultima di quattro figlie, e Tzia Bonaria Urrai, la vecchia sarta del paese, che la prende con sé, perché la famiglia di Maria ha già troppe bocche da sfamare: “Tutt’a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fill’e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia”.
Maria si abituerà molto presto ai silenzi di Tzia Bonaria, sono tante le domande a cui la ragazzina non sa dare una risposta: “Dove va la vecchia sarta quando con passo veloce e leggero esce di notte e si perde nell’oscurità, avvolta nel suo scialle nero?”
Tra le due nascerà un rapporto molto particolare, le loro vite legate per sempre, una verità che brucia più del fuoco, un qualcosa di impronunciabile, un peso che è come un macigno in fondo alle coscienze.
Leggendo questo testo, in un punto ho sentito qualcosa che “mancava”, esattamente quando Maria lascia la sua terra per andare al nord, ho notato una cesura molto evidente con la prima parte del libro, che quasi disorienta il lettore, ad un certo punto ho avuto quasi la sensazione che stessi leggendo un altro testo. Forse la cosa è stata voluta dall’autrice stessa, per meglio marcare le differenze culturali ed ambientali, da una parte il paese d’origine e dall'altra il nuovo mondo dove Maria viene improvvisamente catapultata, o per meglio sottolineare il cambiamento e la volontà della ragazza di tagliare tutti i fili con il suo passato, cosa molto difficile da attuarsi. Il libro mi è molto piaciuto tranne che per questa nota un po’ “disarmonica”. Avrei voluto che il libro tenesse il ritmo e lo stile poetico iniziali, quest'ultimo reso “robusto” dall’uso di idiomi tipici di quelle dolci terre, che mi ha letteralmente rapita sin dalle prime pagine..come un canto.
Leggetelo, in ogni caso non lo dimenticherete!

sabato 13 novembre 2010





Sicuramente molti di voi lo hanno letto..ve lo ripropongo!

Chi è Siddharta?

Non sappiamo quasi niente di lui, è un giovane indiano, bello, educato, che medita profondamente, vuol capire Siddharta, sperimenta molte situazioni e riesce a sganciarsi dalle dottrine che non gli offrono le risposte alle domande su se stesso e sul mondo.”No, l’uomo che cerca veramente, l’uomo che veramente vuol trovare non accoglierà nessuna dottrina”.
Assistiamo a Siddharta brahmino, mercante, barcaiolo, quanti Siddharta convivono in lui.
La ricerca della felicità, del proprio Io e del suo cammino, che passa attraverso le molteplici esperienze di Siddharta, un libro senza tempo..evanescenza dei luoghi, degli spazi: fiumi, foreste, la natura luogo di pace, un’India mai citata apertamente.
Il messaggio è molto forte, un insegnamento, un comportamento, a volte esplicitato a volte sotteso:bisogna vivere la vita sperimentando tutte le situazioni, anche quelle che sanno di dolore, apprezzando le piccole cose che ci circondano, perché solo così si può volare in alto, da soli, dove l’azzurro è più limpido e tutto diventa più chiaro ai nostri occhi, perché nessuna scienza e nessuna dottrina favoriscono la maturazione della personalità di un individuo.
E rivolgendosi al fedele amico Govinda, Siddharta dice:”Posso amare una pietra, Govinda, e anche un albero o un pezzo di corteccia. Queste son cose, e le cose si possono amare. Ma le parole non le posso amare. Ecco perché le dottrine non contano nulla per me:non sono né dure né molli, non hanno colore, non hanno spigoli, non hanno odori, non hanno sapore, non hanno null’altro che parole. Forse è questo che impedisce di trovare la pace: le troppe parole”.
Un libro che tocca le nostre corde per la profonda riflessione e analisi interiore, un romanzo senza tempo dal registro linguistico un po’ complesso.
Un piccolo libro, un grande insegnamento.

mercoledì 3 novembre 2010





La campana di vetro” (The Bell Jar, 1963) di Sylvia Plath

Un romanzo autobiografico che ripercorre quelle che sono state le vicende personali della Plath.Pubblicato con lo pseudonimo di Victoria Lucas poco meno di un mese prima del suicidio avvenuto nel 1963, a soli trentun anni,“ La campana di vetro” è lo specchio della tormentata vita di una donna dotata di una grande sensibilità, soffocata e costretta a vivere in una “campana” che le toglie l’aria. Esther (Sylvia) la protagonista, vince una borsa di studio per un tirocinio a New York per un’importante rivista di moda, questo soggiorno potrebbe rappresentare la svolta della vita di una ragazza di provincia, e offrirle anche la possibilità di fuga dalla famiglia. Esther Greenwood, studentessa brillante, a New York si sentirà come “un cavallo da corsa in un mondo senza piste”, farà nuovi incontri, nuove amicizie,diventerà amica di Doreen, una ragazza molto disinibita, a cui lei tenterà in tutti i modi di somigliare, nonostante la poca considerazione che nutre nei suoi confronti. In eterna lotta con se stessa tornerà a vivere con la madre, è il periodo della depressione, che non le dà tregua, lo psichiatra le prescrive la crudele terapia dell’elettroshock. Falliscono i suoi molteplici tentativi di suicidio,e sopravvive anche all’ultimo; ricoverata in un istituto psichiatrico viene nuovamente sottoposta ad un’intensa e sofferta terapia.”La Campana di vetro” simbolo dell’America maccartista degli anni Cinquanta (siamo in piena Guerra Fredda), dell’ambiente soffocante in cui la protagonista si trova a vivere, “la campana”, icona di condizionamenti sociali a cui fu sottoposta in quel periodo l’individualità di ognuno. Nella prima parte del libro si delinea la figura della ragazza di provincia, che fa il suo debutto in società, in una città,New York, dove la protagonista dovrebbe trovare il suo ruolo, la sua affermazione sociale, le tentazioni a cui è sottoposta hanno tutti esito negativo, da una parte le aspirazioni personali,il successo, dall’altro la sua educazione improntata su ferrei principi morali,l’importanza del matrimonio, della verginità. Sono tanti i rimandi Fitzgeraldiani, al Grande Gatsby,alcuni critici hanno persino paragonato il libro ad una versione femminile del Giovane Holden di Salinger.Nella seconda parte scatta la follia, scatenata dalla routine quotidiana, la pazzia che dilaga nel tentativo del suicidio,anche il linguaggio si spoglia delle sue coloriture ironiche. La terza e ultima parte del romanzo è l’avvio alla “normalità”,la riabilitazione, la continua ricerca della sua identità. Questo libro si deve leggere almeno due volte, e per capirne le sfumature, sarebbe meglio conoscere prima un po’ della breve e tormentata vita di questa grande scrittrice, ci sono dei capitoli violenti, di dolore. Uno splendido e toccante romanzo.

venerdì 29 ottobre 2010




“L’ignoranza” di Milan Kundera

Mi ha incuriosito il titolo di questo libro,è veloce da leggere, anche se in realtà sfiora argomenti complessi oggetto di discussione (importanza della memoria, il valore del passato nella vita di un uomo ecc. ecc. )
“In spagnolo, "añoranza" viene dal verbo "añorar" ("provare nostalgia"), che viene dal catalano "enyorar", a sua volta derivato dal latino "ignorare". Alla luce di questa etimologia, la nostalgia appare come la sofferenza dell'ignoranza”. (pag.12)

Il romanzo è una messa a fuoco sulla figura dell’esule, romanzo psicologico,lo sguardo rivolto all’Uomo. Le vicende di un uomo e di una donna, Josef e Irena ,due praghesi, andati in esilio al momento dell’occupazione russa..Irena in Francia, Josef in Danimarca, le loro vite si separano per vent’anni, ma entrambi maturano sensazioni e sentimenti che li accomunano. Ritornano nella loro terra dopo la caduta del comunismo, non riescono però a capire se amano oppure odiano il loro paese,se è ancora vivo in loro il senso di appartenenza a quei luoghi, a quegli odori, o se si sentono stranieri in terra propria. I due si accorgono di ricordare solo frammenti di persone e luoghi, di “Ignorare” e di essere “Ignorati”,sostanzialmente sono soli, proprio come un tempo, prima dell’esilio. Non è un “Grande Ritorno”. Gli amici che rivedono sembrano non interessarsi a ciò che è stata la loro vita vissuta in altri posti, lontana da Praga,entrambi paragonano la loro esperienza a quella di Ulisse.Ha veramente Ulisse desiderato il ritorno?oppure tutto è stato dettato da una necessità morale? E Penelope ritrovandolo dopo tanti anni, lo avrà davvero amato come un tempo? Irena e Josef si incontrano per caso sulla via del ritorno a Praga e si danno un appuntamento. Irena, in quell’incontro con Iosef, crede, anche se per poco, di trovare quell’intesa non più sperata. Anche Josef sembra rivivere in quegli attimi emozioni e sensazioni che credeva ormai spente per sempre, ma tra di loro c’è un abisso,lui ignora chi sia quella donna con cui sta vivendo un momento magico, e lei invece si illude di riannodare i fili del passato. L’illusione dura poco, non resta che guardare al presente, a quella che è ormai la sola “patria” rimasta, con cui fare i conti. Il ritorno dell’esule, la nostalgia, il disagio del ritorno, il tema centrale dell’amore, il matrimonio che inaridisce l’erotismo, sono questi soltanto alcuni dei temi affrontati o sfiorati in questo romanzo a mio avviso commovente, dalla lettura molto rapida. Il libro offre un momento di riflessione su cosa significhi guardare al passato per chi ha dovuto lasciare la propria terra, e sui cambiamenti e nuove realtà dei Paesi dell’Est all’indomani della caduta del comunismo.