È il personaggio di Giacomo Casanova, magistralmente plasmato e anche imbruttito, a dare a Márai gli strumenti per entrare nel mare burrascoso dell’animo umano ed indagarne le diverse condizioni.
Un Casanova strambo, goffo, quasi grottesco che dopo la fuga dal carcere dei Piombi di Venezia fa tappa a Bolzano per alcuni giorni, la stessa città in cui vive Francesca, il suo (forse) unico amore , ora moglie del Conte di Parma.
Ma chi è l’ospite che una sera viene a fargli visita alla Locanda del Cerco dove lui alloggia?
Chi ha già letto qualcos’altro di Márai conoscerà anche la potenza dei suoi straordinari monologhi, la sua bravura nello stabilire con il lettore quella tensione narrativa che ci induce ad andare avanti nella lettura, con la curiosità e la fretta di scoprire un qualcosa, un qualcosa che muta, qualcosa che cambia in continuazione, come le situazioni a cui assiste il lettore.
Le parole di Márai così incisive e appuntite, anche se a tratti ripetitive, sanno dove andare a colpire, e in quest’opera ci tengono incollati alla poltrona di un teatro per assistere alla rappresentazione dell’Uomo, del sé, dietro la sua maschera.
I personaggi , apparentemente “tranquilli” irrompono sulla scena, e piano piano l’autore comincia a scavare fino a toccare i meandri più oscuri e segreti dell’animo, personaggi sempre in “movimento” alla ricerca di un qualcosa mai pienamente definito.
Da una parte l’egoismo più cieco, dall’altra l’amore fino all’annullamento del proprio sé, la solitudine, il tema del passato, il ritorno. Aleggia sempre nei testi di Márai un qualcosa di incompiuto, di sospeso, portato in alcuni passi del libro quasi ad una resa dei conti, ma che alla fine non riesce mai a compiersi, come la chiusa dei suoi libri che rimane sempre aperta in attesa di un qualcos’altro. Mi sono chiesta il perché di tutto questo, il significato, e alla fine l’ho (quasi) trovato mutuandolo da una frase di questo libro: Forse “perché se si aspetta qualcosa vuol dire che si è vivi”.
I miei libri
Benvenuti!
I miei libri
Il loro colore è il colore semplice e vivace dei fiori di campo,
il loro odore è quello che mi inebria l'anima,
il loro sapore è quello di un cibo sano che non sazia,
il rumore delle loro pagine è quello della mia curiosità,
di tutti quei libri che vorrei leggere, di tante cose che ancora non so.
Mentre leggo mi ascoltano..li ascolto,
mi parlano, sanno le parole che vorrei ascoltare,
ciò che mi piace e ciò che mi fa arrabbiare,
sono gli unici che sanno tutto di me,
e lo sanno perché ti fregano con una parola, una frase, un odore, un luogo.
Conoscono i miei pensieri, i miei desideri, le mie emozioni, le mie paure.
Sono amici fedeli perché non raccontano quello che sanno,
quando tutti vanno via, loro rimangono lì,
mi strizzzano un occhio ..e so già che non sono più sola.
giovedì 7 giugno 2012
“La recita di Bolzano “ di Sándor Márai
È il personaggio di Giacomo Casanova, magistralmente plasmato e anche imbruttito, a dare a Márai gli strumenti per entrare nel mare burrascoso dell’animo umano ed indagarne le diverse condizioni.
Un Casanova strambo, goffo, quasi grottesco che dopo la fuga dal carcere dei Piombi di Venezia fa tappa a Bolzano per alcuni giorni, la stessa città in cui vive Francesca, il suo (forse) unico amore , ora moglie del Conte di Parma.
Ma chi è l’ospite che una sera viene a fargli visita alla Locanda del Cerco dove lui alloggia?
Chi ha già letto qualcos’altro di Márai conoscerà anche la potenza dei suoi straordinari monologhi, la sua bravura nello stabilire con il lettore quella tensione narrativa che ci induce ad andare avanti nella lettura, con la curiosità e la fretta di scoprire un qualcosa, un qualcosa che muta, qualcosa che cambia in continuazione, come le situazioni a cui assiste il lettore.
Le parole di Márai così incisive e appuntite, anche se a tratti ripetitive, sanno dove andare a colpire, e in quest’opera ci tengono incollati alla poltrona di un teatro per assistere alla rappresentazione dell’Uomo, del sé, dietro la sua maschera.
I personaggi , apparentemente “tranquilli” irrompono sulla scena, e piano piano l’autore comincia a scavare fino a toccare i meandri più oscuri e segreti dell’animo, personaggi sempre in “movimento” alla ricerca di un qualcosa mai pienamente definito.
Da una parte l’egoismo più cieco, dall’altra l’amore fino all’annullamento del proprio sé, la solitudine, il tema del passato, il ritorno. Aleggia sempre nei testi di Márai un qualcosa di incompiuto, di sospeso, portato in alcuni passi del libro quasi ad una resa dei conti, ma che alla fine non riesce mai a compiersi, come la chiusa dei suoi libri che rimane sempre aperta in attesa di un qualcos’altro. Mi sono chiesta il perché di tutto questo, il significato, e alla fine l’ho (quasi) trovato mutuandolo da una frase di questo libro: Forse “perché se si aspetta qualcosa vuol dire che si è vivi”.
venerdì 1 giugno 2012
Stoner di Jhon Williams
Chi è Stoner? William Stoner è un ragazzo di campagna che nel 1910 si iscrive all’Università del Missouri e diventa professore, dedicando all’insegnamento una vita intera.
Una storia come tante, ma in questo libro quella che al primo impatto sembrerebbe una storia ordinaria assume i contorni di qualcosa di straordinario, quell’atto di straordinarietà che difficilmente si intravede nello scorrere naturale e routinario della vita quotidiana.
Della trama non vi dirò quasi nulla, o forse ho già detto troppo; per la semplicità potrebbe non incuriosirvi, e se è pur vero che la trama di questo libro è semplice, i fili dell’ordito sono molto intricati, attorcigliano piano piano il tessuto narrativo che insieme concorrono a formare, rendendolo complesso e difficile da dipanare.
Stoner è il libro di tutta una vita, la vita di un uomo virtuoso, sì forse incapace di grandi slanci, ma un uomo che crede fermamente che essere se stesso sia molto più importante della facciata, delle apparenze.
Potrei dirvi che è un libro dalla sensibilità toccante, una storia di solitudine, un’opera delicata e pura dove dolore, malinconia e tragedia umana si mescolano; e potrei ancora dirvi che questo testo è un intreccio di riflessioni sul tema dell’educazione, l’istruzione universitaria, l’incomunicabilità di una coppia, o quella tra genitori e figli, il faccia a faccia con il mal di vivere. Tutta questa materia sullo sfondo di un’America fra le due guerre. Quante cose si potrebbero dire? ma forse anche questo è poco, perché fra queste pagine, fra l’inchiostro di questi caratteri c’è molto di più.
Ho visto Stoner seduto con la testa china sui suoi adorati libri, e ne ho compreso ogni suo pensiero. L’ho osservato camminare sempre più curvo e stanco tra i corridoi dell’università, ero lì accanto a lui quando guardava fuori il giardino illuminato dal sole con i suoi occhi grigi e infossati, e avrei voluto quasi consolarlo, e gli ho voluto bene!
Non ho condivo la sua inerzia, la sua rassegnazione davanti all’isteria della moglie Edith, o quando si trattava della sua felicità o quella della figlia Grace, perché lui era uno che si accontentava di una felicità “ di tanto in tanto”. Ma come si fa a non avere simpatia per uno come lui, così come è impossibile non avere antipatia per Edith o per Lomax,suo collega. Come si fa a non chiamarlo amico? forse perché a tanti di noi William Stoner ricorderà un vecchio professore un po’ burbero ma leale, o forse più semplicemente lo sentiamo familiare perché in fondo anche pensandoci lontani ed estranei alla sua vita, un po’di Stoner abita da qualche parte in ognuno di noi.
Stoner si è guadagnato il posto fra i libri più importanti finora letti, e nonostante l’ordinarietà della storia, ritengo sia un autentico capolavoro, un classico, che in punta di piedi e con grazia si sporge fino a toccare la parte più intima del nostro animo, lasciando una traccia indelebile.
giovedì 27 ottobre 2011
"Perturbamento" di Thomas Bernhard

Ho comprato questo libro attratta dal titolo, ma non avrei mai pensato di trovarmi a naufragare in un fiume di riflessioni incanalate e amalgamate in un’illuminante e potente scrittura.
L’inizio è semplice: un medico della Stiria (Austria), in una giornata di settembre porta con sé il proprio figlio in quello che è il suo abituale giro di visite ai pazienti. È da qui che inizia il nostro viaggio: i pazzi, i malati che il medico raggiunge nelle loro case, sono in realtà persone comuni che conducono una normalissima vita nella apparente tranquillità della campagna austriaca. Ma la natura è sinistra in questo testo, come una radiazione maligna emana malattia, morte, distruzione. Si parte dalla visita della moglie dell’oste, picchiata a morte dai suoi stessi clienti, al bambino caduto nel mastello dei maiali pieno di acqua bollente, fino al giovane artista storpio, che in preda alla pazzia riempie di scarabocchi i ritratti di famosi musicisti classici. E ancora, il maestro ingiustamente accusato di un reato condotto alla follia, la vista di un ammasso di uccelli strangolati perché qualcuno non sopporta i loro lamenti, e molte altre inquietanti situazioni. Il libro non ha una trama vera e propria, è un libro complesso, ma di facile lettura, non si torna indietro, non ci si sofferma sulle descrizioni, sulle evidenti contraddizioni, ci ho provato, ma il risultato non cambia, non fai in tempo ad afferrare un concetto che un altro ti travolge come un’onda.
Ad un certo punto nel testo si annulla qualsiasi elemento narrativo per dar spazio ad un lunghissimo monologo da parte del principe Sarau che vive nel castello di Hochgobernitz.
Un soliloquio di più di cento pagine, al quale padre e figlio assistono quasi ipnotizzati: “Per mio padre non era possibile andarsene. Anche a me però interessava moltissimo quello che il principe diceva”. E con la stessa attenzione e lo stesso rapimento rimaniamo anche noi, immobili, lì sulla pagina ad ascoltare il principe Sarau.
Sono tante le riflessioni che sono poi il motore del meccanismo ideato da Bernard, non solo il tema della morte, della solitudine, ma il rapporto arte/malattia, quello tra padre/figlio, l’eredità del passato, mediata dal patrimonio del principe, e la paura di un radicale cambiamento a opera del proprio figlio. Tutti i temi trattati in questo capolavoro sono finemente intervallati da considerazioni che spaziano dalla storia, alla filosofia, alla politica. Interesserà moltissimo anche noi quello che dice il principe “Se ascolti attentamente, sentirai che in ritmi pensati apposta per te, è sempre la tua storia che ti viene raccontata e che ti danno ad intendere”. Leggetelo, ne uscirete per(turbati) :-)
mercoledì 28 settembre 2011
"Doppio sogno" di Arthur Schnitzler

Ambientato nella Vienna d’inizio Novecento, “Doppio sogno” si permea di un alone di mistero in un altalenarsi di vicende tra l’onirico e il reale.
Fridolin, medico brillante, conduce una vita apparentemente tranquilla insieme alla moglie Albertine, fino a quando i due non cominciano a raccontarsi fantasie, sogni, desideri, mezze verità.
La storia si snoda in un lasso di tempo brevissimo, desiderio di trasgressione, tradimenti che non si verificano, una festa in maschera rimane l’episodio più importante di questo viaggio costellato da figure che perdono consistenza, in un susseguirsi di eventi al confine tra sogno e realtà.
Un universo affascinante, quanto pericoloso, da cui Fridolin viene irrimediabilmente attratto.
Per le strade di Vienna strani incontri notturni, creature che gli si offrono: prostitute, la figlia di un paziente defunto, la ragazza-bambina, e da queste si lascia trasportare verso un abisso sempre più ignoto, ma che alla fine non riesce mai a concretizzare in un tradimento, troppo presente il pensiero e l’immagine di Albertine nella sua mente, o forse è proprio lei che cerca in altre donne.
Sullo sfondo l’inizio di una crisi coniugale, che se da una parte li spinge verso emozioni forti, dall’altra li riconduce verso la tranquilla vita di una perfetta coppia borghese.
È impressionante come Schnitzler riesce a descrivere i pensieri più intimi dei personaggi, è un continuo scavare nei meandri dell’Io, evidenziandone le contraddizioni, i problemi, il non detto, la ricerca della verità in un rapporto di coppia.
Molti i rimandi freudiani (Schnitzler contemporaneo di Freud).
Definirei geniale la capacità dell’autore di investigare l’animo umano, mescolando magistralmente elementi apparentemente non complessi servendosi di uno stile letterario molto alto.
È una sensazione strana quella che rimane addosso quando si arriva alla fine del libro, i dubbi ti assalgono, viene da chiedersi : “Ma quel ballo in maschera era un sogno o realtà? E i racconti di Albertine?
Una frase del finale che mi ha affascinato particolarmente: «E nessun sogno» disse egli con un leggero sospiro «è interamente un sogno».
Il libro ha ispirato il film Eyes Wide Schut con Tom Cruise e Nicole Kidman, regia di Stanley Kubrick..molto bello anche il film anche se non completamente fedele al testo!:-)
giovedì 23 giugno 2011
"Neve" Maxence Fermine

È quella di una fiaba l’atmosfera che si respira leggendo questo libricino, al centro Yuko Akita, che contro le tradizioni della propria famiglia sceglie di diventare poeta , una poesia fatta di pochi versi, poche sillabe: gli haiku.
La neve simbolo di purezza, la poesia stessa che s’incarna in questa immagine fresca, limpida , pulita, come appunto lo è la neve, ma per essere perfetta la poesia di Yuko ha bisogno anche dei colori, di essere “sporcata”, Yuko deve imparare a colorare i suoi versi. Per imparare tutto questo, il nostro giovane poeta partirà verso il sud del Giappone alla ricerca di Soseki, un anziano maestro conoscitore dell’arte assoluta. Durante il viaggio, l’apparizione di una giovane donna nuda, imprigionata sotto il ghiaccio, cambierà per sempre la sua vita.
Cosa manca a Yuko per essere un vero poeta? Per far sì che la sua poesia sia completa? egli deve diventare funambolo, sì funambolo della parola.
Magia, sogno, semplicità, trasparenza, si rincorrono in una delicata danza di parole, e ci fanno compagnia in questa fiaba senza tempo.. un fiocco di neve delicato oserei dire. Un viaggio di musica e poesia.. grazie Anna Lisa..per avermi regalato queste immagini:-)
mercoledì 22 giugno 2011
"La contessa di ricotta" di Milena Agus

Una narrazione semplice quella che ci propone Milena Agus, uno spaccato di realtà quotidiane, oggetti, persone, luoghi, ad un certo punto prendono vita in questo piccolo libro, il tutto sapientemente rimescolato e raccontato dall’autrice con una scrittura ironica, fresca, pulita.
La storia di tre sorelle: Maddalena, Noemi e l’ultima chiamata appunto la “contessa di ricotta” per via del suo carattere, perché “Tenis is manus de arrescottu – ha le mani e il cuore di ricotta, sogna l’amore”, la realtà turba il suo animo sensibile e il suo cuore, anch’esso di ricotta.
Entriamo nel loro mondo, nelle loro vite, che si dipanano negli appartamenti di un nobiliare palazzo seicentesco nel centro di Cagliari, un po’ fatiscente . Percorriamo i vicoli, ne percepiamo gli odori, i rumori, tutta l’anima di un quartiere dove i vicini sanno sempre ciò che succede, dove le vicende umane si dispiegano in un andirivieni, in realtà non sappiamo molto dei personaggi e delle loro storie. Un conciso tessuto narrativo che non dà vita ad un vero e proprio romanzo, ma pur nella sua brevità ne cogliamo ugualmente la completezza, quel tanto che serve per delinearci chiaramente i tratti salienti dei personaggi e delle loro vicende. Si legge davvero tutto d’un fiato: insuccessi, gioie, delusioni, complicità, ma anche una celata riflessione sull’amore.
martedì 10 maggio 2011
"Le notti bianche" F. Dostoevskij

Protagonista delle notti bianche è un sognatore, una singolare figura avvolta dalla “tangibile" evanescenza che pervade tutto il romanzo. Si nutre di fantasie, suggestioni, che se da un lato lo “proteggono" dalle sofferenze del mondo, dall’altro gli impediscono quel contatto vero con la vita di tutti i giorni.
Il sognatore vive dei propri ricordi: “Sapete che in alcune date fisse visito quei posti che in passato mi hanno reso felice, che amo costruire il mio presente sulla base di un passato irrevocabile, che spesso vago come un’ombra senza scopo e senza meta, triste, per le tortuose vie di Pietroburgo?”
L’incontro con la dolce Nasten’ka gli farà assaporare, anche se per poche ore, la pienezza della vita, Nasten’ka sarà il tramite, il canale di comunicazione con la realtà “esterna”, un anelato incontro che, in fondo al cuore, ha sempre sperato potesse vivere: ”In fondo tutti i giovani sono come te. Vivono di sogni, illusioni, fantasticherie, vivono nella segreta speranza che un incontro possa cambiare la loro vita”.
Tra i due nasce una tenera complicità, si confidano le loro paure, si scambiano dolci promesse, Nasten’ka parla volentieri delle sue pene d’amore, abbandonata dal proprio amato, ma che lei continua ad aspettare.
Il nostro sognatore s' innamora..
Accade qualcosa, l’illusione manca, la luce svanisce:”Cadeva la pioggia, batteva malinconica sui vetri della mia finestra. La mia piccola stanza era avvolta dall’oscurità, e anche fuori era buio”, ed ecco che la realtà appare in tutta la sua crudeltà, ma il sognatore, grazie alla sua natura generosa, non può che considera re una grande fortuna quei momenti felici, quei pochi istanti luminosi regalati al suo cuore durante le notti bianche..e che ricorderà come i momenti più veri della sua esistenza.
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